Per la suinicoltura bresciana e, più in generale, per quella italiana a prevalere è sempre più il buio. La redditività degli allevamenti è ai livelli più bassi degli ultimi anni, per l’aumento spropositato dei costi di produzione. Il settore è attanagliato da una crisi dalla quale non riesce a uscire e la conseguenza, pericolosissima, è l’erosione della redditività degli allevamenti. Soprattutto la prima parte del 2022 è stata tremenda, perché la redditività risulta inferiore persino al precedente minimo storico del giugno 2020, in piena pandemia.
Una “tempesta perfetta”, come l’ha già ribattezzata qualcuno, visto che la suinicoltura è di nuovo alla prese anche con la peste suina africana (Psa), che si sta lentamente diffondendo dopo i primi casi di inizio anno sui cinghiali in Piemonte. È di queste ore la notizia che la malattia virale ha colpito, per la prima volta in Italia in questa stagione, un piccolo allevamento di suini nei pressi di Roma (finora era stata rilevata solamente sui cinghiali), con due casi di positività. “I costi dell’alimentazione, che incidono quasi per l’ottanta per cento sulla produzione finale, sono raddoppiati – dichiara Giovanni Favalli, allevatore e presidente della sezione Suinicola di Confagricoltura Brescia -. Lo scorso anno i mangimi erano sui duecento euro a tonnellata, oggi ci aggiriamo sui 390-400. A questo va aggiunto che anche l’energia elettrica si avvia verso la duplicazione. Non è finita qui, dobbiamo ancora realizzare quanto il costo dell’alimentazione che stiamo pagando ora inciderà per i prossimi mesi, cioè quando i suini finiranno il ciclo, visto che oggi stiamo impiegando mangimi acquistati diversi mesi fa. Tutto questo fa sì che il totale dei costi superi quello dei ricavi. In una prospettiva non troppo distante temiamo che molti allevamenti non riescano a superare questa crisi e che si avviino irrimediabilmente alla chiusura”.
E l’incognita della Psa non fa che aumentare la tensione e la preoccupazione all’interno del settore. “Chiediamo un cambio di passo – aggiunge Favalli -, con un deciso piano di contenimento dei cinghiali, primo veicolo della malattia, e indennizzi adeguati agli allevatori colpiti, da versare rapidamente e in maniera equa, oltre a incentivi destinati agli investimenti in materia di biosicurezza, già peraltro a livelli elevanti nel Bresciano, garantendo così sostegno economico alle aziende di un comparto che vale l’uno per cento del Pil italiano”.