Il presidente Garbelli: “Siamo pronti a lavorare per il rafforzamento delle aggregazioni produttive e per consentire un maggiore livello di auto-approvvigionamento delle materie prime su scala locale. Ora guardiamo tutti nella stessa direzione”
Un settore a due velocità, solo apparentemente antitetiche: se il mercato lattiero-caseario, da un lato, è in netta ripresa grazie soprattutto all’export (più 12 per cento l’aumento delle vendite all’estero nel primo semestre 2021) e alle produzioni di eccellenza come il Grana Padano Dop (rappresenta il 35 per cento dell’export totale; Brescia produce oltre il 23 per cento delle forme), dall’altro una fetta non indifferente di allevatori è in grande difficoltà per l’insufficiente remunerazione del latte destinato all’industria di trasformazione (con prezzi che oscillano dai 34 ai 37 centesimi al litro). Più in generale, ormai da molti mesi gli allevamenti bresciani sono alle prese con i costi elevatissimi delle materie prime e con i rincari energetici. Due fattori che impediscono di tradurre in redditività concreta i positivi segnali di ripresa del mercato post covid e la sostenuta crescita produttiva (l’aumento registra, su Brescia, un più 4,37 per cento nei primi sette mesi del 2021, in un contesto nazionale che è tra i più elevati in Europa e nel mondo).
Mercoledì sera nell’ufficio di zona di Leno Confagricoltura Brescia ha incontrato i soci, alle prese con la difficile congiuntura. Con alcuni dei protagonisti del settore, l’associazione ha tracciato lo scenario del mercato, partendo dalla situazione internazionale sino alle dinamiche locali, e ha avanzato le proposte del sistema lattiero-caseario bresciano per affrontare la situazione.
È innegabile che il circuito cooperativo sia quello che, al momento, sta offrendo performance nettamente migliori, a differenza del latte venduto singolarmente dai produttori all’industria (stiamo parlando di circa il 34 per cento in Lombardia): gli allevatori fuori dalle cooperative sono infatti quelli maggiormente in difficoltà. Per questo oggi è imprescindibile l’impegno a consolidare l’aggregazione di prodotto, oltre a un approccio di filiera che coinvolga anche i settori vegetali e delle produzioni di alimenti zootecnici. “Ciò che proponiamo è il modello di zootecnia di Confagricoltura – dichiara il presidente bresciano Giovanni Garbelli -, che si basa su un’agricoltura professionale legata alla filiera e alla cooperazione, con una forte attenzione alle produzioni di qualità e alle Dop. Noi immaginiamo un allevamento e un’agricoltura basati sul concetto di intensificazione sostenibile, ovvero con maggiori risultati in termini qualitativi e quantitativi ma con meno input produttivi grazie all’uso di tecniche innovative ed efficienti”.
In parallelo viaggia la proposta, portata avanti in particolare dal presidente nazionale della federazione Lattiero casearia di Confagricoltura Francesco Martinoni (presidente onorario di Confagricoltura Brescia), di valorizzare le destinazioni alternative del latte, che potrebbe creare sbocchi in mercati come la cosmetica e i prodotti in polvere.
In vista della definizione della nuova Pac (Politica agricola comune) e del relativo Piano strategico nazionale, Confagricoltura Brescia ha chiesto in maniera decisa la creazione di un tavolo regionale e di uno nazionale che superino la logica degli interventi straordinari e pongano le basi per una politica agricola di ampio respiro e di continuità. “Domandiamo un confronto in Regione e al ministero – prosegue il presidente Garbelli – perché il tema venga trattato con una forte attenzione da parte delle istituzioni. Pretendiamo più attenzione al settore zootecnico, posizione peraltro già sostenuta dalla Regione Lombardia, in particolare sul latte. Al tavolo regionale chiediamo di lavorare per garantire un rapporto equilibrato tra le diverse componenti della filiera, che tenga conto principalmente dei costi di produzione”. In questo frangente, si registrano già le prime aperture, con la convocazione di un tavolo sul latte in Regione il 28 settembre e di uno ministeriale il 30.
Sul fronte dei rincari delle materie prime, va poi affrontata la dipendenza dagli approvvigionamenti esteri (basti pensare che l’auto-approvvigionamento del mais dal 2014 è passato dal 70 al 50 per cento odierno): su questo tema, da sempre, Confagricoltura spinge sulla ricerca genetica, in modo da aumentare le rese.